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Training
di Nicola Savarese e Claudia Brunetto
Dino Audino Editore
Roma, 2004
18,00 euro Gli
autori di Training hanno messo un sottotitolo al libro:
"Come l’attore libera se stesso, un’antologia di classici",
dichiarando in premessa che il comportamento degli attori
rispetto alla loro arte è opposto a quella dei musicisti
e dei danzatori. Questi, conseguito il diploma, continuano
ad allenarsi per tutta la vita professionale, mentre gli attori
ritengono di avere risolto definitivamente il problema formativo
con la scuola e si dedicano al lavoro, che consiste nel cercare
lavoro. Ma, al di dell’indole, c’è un motivo concreto
che induce i giovani attori a comportarsi in modo così
disinvolto rispetto alla loro arte. La cultura teatrale più
diffusa nel nostro Paese è quella legata al teatro
mimetico, che presuppone la trasformazione della parola scritta
in parola parlata. Di conseguenza la maggior parte delle scuole
formano gli interpreti dal collo in su. Non hanno interesse
ad affermare, chiarendo un banale equivoco, che il teatro
è corpo, che anche la parola è corpo, che la
voce è un fatto materico - parte integrante del corpo
umano – e che pertanto per lavorare sulla voce bisogna lavorare
sul corpo, altrimenti sarebbero costrette a cambiare contenuti
e metodiche di riferimento, cioè a negare se stesse.
Separando il corpo dalla voce, dividono ciò che dovrebbe
essere considerato in modo organico e unitario. Proponendo
esercizi d’impostazione della voce da una parte e di lavoro
sul gesto e sul movimento dall’altra, mettono da parte la
spazialità dell’oggetto. Ignorando la natura e la cultura
duale dell’uomo, non dicono che la parte immateriale dell’uomo
può cantare solo attraverso il corpo. Separando la
parte razionale da quella sensibile e riducendo quella sensibile
a semplice "gestualità", compiono
impunibili crimini di parole e di metodo.
Il libro di Savarese e Brunetto
è utile e intelligente. Non è un compendio di
ricette. Non propone esercizi, "ma chiede una riflessione
sulla necessità d’imparare a farli". Orienta,
stimola, produce coscienza critica sul training in
uso nelle società teatrali dell’oriente e dell’occidente,
attraverso le testimonianze di ricercatori e di studiosi che
sono ormai considerati dei classici come Craig, Stanislavskij,
Mejerchol’d, Decroux, Brecht, Grotowski, Barba, Taviani, De
Marinis, Cruciani, tanto per citarne alcuni. Il libro chiarisce
che tali pratiche non sono finalizzate soltanto all’allenamento
fisico al mestiere dell’attore, ma anche ad una "crescita
personale dell’attore oltre il livello professionale".
Gli esercizi sono soltanto la parte visibile di un "processo
unitario e indivisibile" che porta verso l’autonomia,
lo sviluppo della soggettività dell’attore, la produzione
della "linfa della sua libertà di uomo e di artista"
che lo affranca dalle intime resistenze e, in parte, dalla
dipendenza dal regista. L’arte dell’attore si regge non solo
su solide conoscenze e abilità, ma anche su alcune
facoltà straordinarie, insite nella natura divina dell’uomo,
che non possono essere insegnate a scuola. La scuola può
renderle percepibili e convincere, chi le possiede, che le
tecniche non sono tutto. Una volta imparate, vanno dimenticate.
Ma le scuole, dotate di maestri riconosciuti, che insegnano
a disimparare e che formano "uomini", invece che
"attori", sono davvero poche. Mentre aumenta l’offerta,
diminuisce la qualità formativa.
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