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TEATRO TOTALE di Alfio
Petrini
Titivillus Editrice, 2007-03-05
Librerie di Roma in cui è in vendita il libro "Teatro
Totale" di Alfio Petrini
Titivillus Editrice, 2007-03-05
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Presentazione di Giancarlo Sammartano
(docente Università Roma Tre, Corso di Laura DAMS)
Teatro Totale, un libro nella forma, per sostanza
appartiene alla scena e alla scena si vota per volontario
destino. Una controstoria delle poetiche, delle teoriche
e delle pratiche teatrali del 900, ma anche un livret de
mise en scène che guarda oltre il testo drammatico
al mistero della composizione scenica. Una riflessione che
nasce dalla pratica, dalla drammaturgia dell'attore, dallo
sperimentalismo individuale orientato alla sapienza dell'architettura
del fare. Una guida di viaggio sistematica guidata da una
duplice idea: la consapevolezza -moderna- della crisi dello
spettacolo, il sentimento -classico- del valore del teatro,
che per vivere deve fingere di morire, interrandosi e prosciugandosi
nell'essenzialità. Uno studio che nasce fuori dall'Accademia
ma ne osserva le regole per eccepirle, che non vuole mettere
il punto ma i due punti che aprono il dialogo e invitano
all'azione. Teatro Totale è lo studio di un apprendista
proletario che si fa maestro aristocratico della pratica
consapevole.
Questo libro, pensato a lungo sul finire del novecento,
rappresenta con molta proprietà la divaricazione
-fisiologica in quegli anni di crisi sistematica- tra la
catàfora (che "spinge avanti", indicando
a ciò che segue) del Teatro, e l'anàfora (che
garantisce la coerenza semantica al discorso) dello Spettacolo.
E' la convinzione, indimostrabile, che lo spettacolo sia
solo la parte visibile del teatro, la parusìa di
un insieme nascosto, un sistema di concezione del mondo
che solo accidentalmente, e quindi per convenzione, abbia
a che fare con le forme estetiche, pertinendo in realtà
alle scienze del linguaggio, della psicologia, dell'antropologia.
La stessa divaricazione si materializza, rendendosi per
ciò stesso visibile, tra scena e libro. La scena
va come sempre -metastoricamente- è andata: dall'occhio
alla memoria personale. Il libro va dalle memorie collettive
ad occhi che per lo più non hanno visto. Scena e
libro cercano. separatamente ma concordemente, una memoria
di pensiero dettato o anche solo ispirato dall'azione. Ma
il tempo del teatro non è il tempo della Storia.
Il tempo del teatro è più breve e più
largo, una banda di trsmissione corporea che traghetta il
sapere in maniera indivisibile, quindi inapplicabile fuori
dal campo dell'azione. Nel tempo del teatro governano principî
di orientamento diversi, relegando il contesto - la storia-
in un generico "orizzonte della crisi" e selezionando
la realtà secondo il principio della sua pertinenza
alla natura artificiale, ma organica, della sua arte. Fedele
non all'oggetto (storico) che si vuole rappresentare, ma
al soggetto (metastorico) -il corpo dell'attore- scelto
per rappresentarlo. Questa fedeltà alla materia,
oltre i generi, le poetiche, gli stili, si vaporizza nel
tempo -fiume carsico o nuvola- arca metafisica del valore
del teatro, utopia di un'anima pura contro il trucco della
recita occasionale. Nel novecento del nuovo teatro -non
per caso chiamato il "secolo breve"- la perdita
del monopolio del mercato dell'intrattenimento, generando
eccezioni che sono diversità, accentua ed esaspera
la divaricazione della radice del Teatro dai rami dello
Spettacolo. Scena e Libro si separano per guardarsi e dialogare
meglio; in qualche caso si dimenticano l'una dell'altro
per potersi ri-conoscere. Il testo letterario può
vivere la maturità di una vita propria per forma
e senso nascosto; mentre la scena può fare a meno
del testo senza rinunciare ad un suo spazio letterario,
a tutta quella letteratura - storia, critica, teoresi, tecnica,
memoria, racconto- che fa teatro anche senza il dramma.
Tutto ciò che dalla letteratura, dai suoi miti, va
in scena, dalla scena torna alla letteratura come corpo
di un unico, grande mito inscenato. Nature e materiali mutevoli,
che viaggiano fuori sacco, generando cultura della vita
del teatro, dopo avere prodotto un teatro di vita. Il corpo
(inevitabilmente) reale del libro ora sa che non può
sostituirsi al corpo (volontariamente) veritiero dell'attore.
Entrambi descrivono descrizioni -artificiali ma organiche-
che possono stare insieme grazie al disordine temporale
del teatro, cercando armonia degli opposti e conflitto dei
simili. Scena e libro pensati oltre l'automatismo che va
dalla pagina alla scena come progetto e vi ritorna come
teoresi, pur non stando naturalmente insieme, producono
nella memoria dello spettatore un senso complessivo del
valore del teatro come stabilità del suo tempo contro
la statuale labilità della sua storia. Una dimensione
parallela, causale per tecnica ed orientata per tensione
morale. Se la scena ha il suo codice di leggi applicative,
il libro ne è il suo dettato costituzionale. L'una
invera l'altro, questo sancisce quella in un tutto organico
ed indivisibile. Il libro così letto non è
più l'indice o l'epistola dedicatoria o il vocabolario
del teatro, ma la mappa di un'esplorazione da farsi e rifarsi
che solo sul campo dell'azione può sciogliere il
suo travaglio nella scoperta del nuovo.
Quinto Orazio Flacco aveva racchiuso in tre sole parole
questa straziante utopia: Non omnis moriar.
Due ritratti dell'incisore parigino Hèbert racchiudono
inconsapevolmente questa idea: in un ovale Dominique, il
grande Arlecchino Domenico Biancolelli, mostra oltre la
cornice, come verso un ideale proscenio, la sua maschera,
offrendola alla considerazione e all'ammirazione dello spettatore.
E' il gesto di un maestro che domina con il talento la sua
arte, eppure consapevole del valore radicale della sua tecnica.
Nell'altro medaglione Jean-Baptiste Poquelin, un Molière
appena qualche anno prima étudiant di teatro, in
tensione stupita si mostra esibendo a braccio teso il libro
aperto di Tartuffe. La sua scrittura è una nuova
maschera. La misura e il rigore del metro drammaturgico
sono il nuovo artificio che regola con naturale consapevolezza
la sua composizione ed azione scenica. Maschera e Libro
sono così per l'attore la stessa cosa, elementi diversi
e complementari, di natura artificiale e di organica precisione
per evocare in scena e in memoria i fantasmi del possibile:
le cose dell'altro mondo.
Teatro Totale si può leggere paratatticamente,
in avanti ed indietro, in alto e in basso, come sequenze
di racconto e d'immagini aperte a molteplici livelli di
montaggio. Nella filigrana del libro voglio -e devo- leggere
la forza e la presenza di almeno due sentimenti opposti,
due utopie del novecento teatrale: la violenza frontale,
politica, di un teatro per una altra polis, radicale e sotterranea,
per un'epica della comprensione lucida; la delicatezza di
una perejivanie, una esperienziali zzazione collettiva che
cerca la verità nell'artificio, sogna l'opravdanie,
la giustificazione della credibilità del teatro in
forme nuove e diverse.
Come l'ombra del cipresso di Appia, questo libro nasconde
molte cose ed a molte rimanda. Deve essere letto con sguardo
prospettico, come il copione di un suggeritore che è
disposto a farsi suggerire, determinando - non senza eccitazione
d'allegria- una salutare con-fusione di Teatro e Vita. |