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Il Teatromusicale (Paolo Bove)

di Alfio Petrini
 

Paolo Bove, diplomato in didattica della musica al Conservatorio di Milano, svolge attività di docenza nella scuola secondaria di primo grado e presso l’Università di Milano-Bicocca. E’ fondatore dell’Associazione Alea che si occupa di formazione musicale e ha scritto il libro “Il teatromusicale – una esperienza interdisciplinare” (IPOC, Milano 2006, euro 16,00).

Nella prima parte del libro Bove pone, come premessa alla realizzazione del progetto ministeriale, il pensiero di Tomatis, Dalcroze, Delalande, Willems, Paynter e Aston -, i quali affermano alcune cose giuste, ma - al di là della condivisibilità totale o parziale dei loro punti di vista -, ciò che importa in questa sede è verificare se le teorie condivise da Bove hanno trovato applicazione nella realizzazione del progetto di didattica musicale e di aggiornamento professionale degli insegnanti.

L’autore del libro passa con disinvoltura da considerazioni che interessano il compositore a quelle che riguardano lo strumentista, il danzatore, il direttore d’orchestra, il cantante-attore. Ed è difficile stargli dietro, anche perché i contenuti non sempre possono essere trasposti da una figura professionale all’altra. Nel coacervo delle tematiche proposte, cercheremo di fare un ragionamento – per alcuni aspetti schematico - limitato al teatro musicale: meglio, al teatro-musica come una delle forme di teatro totale.

Il sottotitolo del libro - “una esperienza interdisciplinare”-, pone un annoso problema. Il termine “interdisciplinare” si riferisce alla vecchia tesi wagneriana che induce alcuni a definire l’opera come “unione”, “fusione”, oppure - come fa Bove - “dialogo” e “incontro” di diverse discipline, con lo scopo di  “esplorare nuove aree poste ai confini tra le discipline stesse”. Il fatto è che le discipline non interagiscono. Non possono interagire in quanto sono discipline. Interagisco i segni - verbali e non verbali - della scrittura drammaturgia e i codici espressivi della scrittura scenica. La scrittura scenica è, dunque, una miscela linguistica eterogenea, generata dalla reazione chimica (multicodice e intercodice) che implica la possibilità precaria di un valore aggiunto di natura poetica. E a rigore, non è neppure opportuno parlare di “linguaggio” della musica”, “linguaggio della danza”, eccetera, in quanto il linguaggio di uno spettacolo dal vivo, compreso quello musicale, è uno soltanto. Non prevede un insieme di linguaggi. Semmai, come abbiamo detto, un insieme reattivo di segni e di codici espressivi. Per motivi formali e sostanziali, suggeriamo la dizione pluralità del linguaggio che interessa non soltanto le forme di teatro totale, di cui fa parte il teatro-musica, ma anche le nuove arti visive.

Bove, ipotizzando una “esperienza interdisciplinare” di Teatromusicale, sostiene lo “scambio tra testo verbale e testo musicale” che renderebbe possibile l’ “emersione emotiva” dell’artista, così da produrre “creativamente un’originale espressione di sé”. E nello “scambio” mette in grande evidenza l’aspetto “narrativo”, e la “emersione dei vissuti come substrato attivo” degli studenti, e “i vissuti degli insegnanti”, e “i contributi interdisciplinari finalizzati allo sviluppo di varie competenze…linguistica, artistica, tecnico-scientifica, motoria, musicale”. Dunque, la ricetta del teatromusicale risulterebbe essere la seguente: tante discipline e tante competenze da mettere insieme, e tante emozioni che nascerebbero dalla narrazione del vissuto dei soggetti agenti e che andrebbero ad influenzare “il gesto sonoro”.

Si dà il caso, però, che l’emozione, il sentimento, la sensazione, ma anche il pensiero, e il ritmo, e l’energia, non nascano con la parola e nella parola (che mente), ma dall’azione fisica. La parola può trasmettere questi valori in forma descrittiva. Ne consegue che, quando non si lavora sull’azione fisica, salta in aria l’uomo a due dimensioni (materiale e immateriale) e viene ignorata quella manovra fondamentale che rende – come sostiene Emile Jacques-Dalcroze a proposito della musica -, tutto l’organismo umano ”un orecchio interiore”. Tant’è vero, aggiunge il compositore ginevrino, che il bambino ha grande difficoltà ad usare le braccia nel cantare una canzone mimata, perché ha la capacità ad usare tutto il corpo per compiere l’azione fisica di cantare. Questo conferma  quanto sia importante educare e allenare il bambino alle azioni sensoriali, alle attività percettive, perché queste – assieme a quelle intellettuali e affettive -, rendono pregnanti le sue creazioni artistiche. E quanto sia importante per i giovani attori, danzatori, cantanti-attori, che hanno perduto quella capacità, imparare a disimparare.

E sulla organicità delle azioni fisiche del bambino torna François Delalande, ampiamente citato da Bove, che supera la linearità delle”tre categorie del gioco-motorio, simbolico e di regole” del Piaget, affermando la verticalità delle tipologie di gioco. In altri termini,  la manipolazione induce il bambino a finalizzare l’azione fisica con la qualità sonora dell’oggetto musicale. L’azione fisica, non il gesto, inteso come movimento di una parte del corpo. Non il movimento, inteso come spostamento del corpo da un punto all’altro dello spazio scenico per motivi di funzionalità operativa. Di rimbalzo, si può dire che il discorso sull’azione fisica vale non solo per l’attore, il danzatore, il cantante-attore e il performer, ma anche per lo strumentista. Se è vero che lo strumento musicale è un prolungamento del suo corpo,  è evidente che l’artista possa e debba suonare con tutto il corpo.

La musica, il canto e la danza nascono dentro il corpo. Sono frutto delle interiora, più che delle interiorità. Nascono da uno stimolo, che è sempre esterno: un’immagine, una visione,  un’azione fisica, reale o presunta. Non nascono dalla “motricità” del movimento. Non nascono  “da un sentimento o da uno stato d’animo”- come sostiene Edgar Willems (docente di psicologia della musica) e come pensa Bove che lo interpreta -, perché sono inafferrabili. E neppure da una emozione, perché l’emozione è effimera: muore di solito dopo pochi secondi. Il processo creativo ha una base e una partenza di natura fisiologico-concreta. E’ un processo organico. Coinvolge la totalità dell’essere umano, il pieno delle sue facoltà di pensiero e di desiderio. Sotto la spinta di una forte necessità, il processo organico della creazione artistica produce una materia invadente che non può essere sottratta all’attenzione della mente, portando con sé ritmo, energia e significato. E’ evidente che non possiamo entrare in questa sede nei dettagli dei processi organici e della produzione delle forme organiche ed è altrettanto evidente che - oltre al problema della complessità della manovra legata all’atto creativo -, esiste il problema della ri-creazione dell’opera, esatto opposto della ripetizione. Saper ri-creare fa la differenza. Fa la qualità della creazione artistica.

Ispirato dal pensiero di  Willems, Bove invita a “coltivare una vita interiore” a chi mancasse di “vigore” nella esecuzione. Ma come si fa? Ce lo dica, dato che Willems non ce lo ha spiegato. Bove insiste sulla utilità delle “associazioni  tra forma musicale e altre discipline o arti, quali la poesia, il disegno, la pittura e l’architettura”, prefigurando di nuovo quella “interdisciplinarietà” di cui abbiamo già parlato. Ma – dopo aver introdotto a suffragio del progetto di didattica musicale altri due autori - Paynter e Aston -, Bove come  concilia l’invito di Willems a partire dal “sentimento o da uno stato d’animo” con l’indicazione dei due compositori inglesi a sostegno di un processo creativo che parta dai sensi? Si può e si deve giustamente criticare lo studio e l’apprendimento della musica che procede per generi e per materie nelle scuole italiane, ma non si può pretendere di unire le “discipline tra loro separate”, perché tante discipline non fanno un processore e perché l’ “esperienza interdisciplinare” è fattualmente estranea all’esperienza sensibile. In estrema sintesi si può concludere questo ragionamento affermando che - nel presupposto della pluralità del linguaggio -, l’opera di teatro-musica è intertestuale, intermediale, poilidimensionale e sinestetica.

Nella terza parte del libro veniamo a conoscenza della costituzione di un Gruppo di Progetto, formato da docenti, dirigenti scolastici e da un rappresentante ispettivo del Ministero. Il Gruppo di progetto mette in preventivo un “seminario residenziale di cinque giorni”, destinato ad insegnanti e finalizzato alla pratica del Teatromusicale, e stabilisce le finalità di carattere generale, fondate sulla “valorizzazione della convergenza della pluralità dei linguaggi e delle forme espressive che si avvalgono del corpo, della voce, dei testi e degli strumenti musicali all’interno  di un significativo contesto coreografico”. Perché ci si avvale del corpo e della voce? La voce è corpo, è’ un fatto materico,è parte integrante del corpo umano: quindi il lavoro sul corpo implica l’uso della voce. E il teatro è corpo. E il teatro è totale, perché prende in esame la totalità dei segni disponibili - anche se non totalmente utilizzati -, e la totalità dell’uomo. Ma si è talmente impoverito che è diventato in molti parola esangue. Infine, far lavorare i giovani sugli stilemi coreografici invece di farli lavorare sui processi organici. Gli stilemi coreografici sono segni dotati di fissità, perché generati dai processi di astrazione.. Negano l’esperienza dell’uomo a due dimensioni Negano la vita. Negano la credibilità delle forme. Negano quello che si vorrebbe affermare.

Il seminario è stato realizzato a beneficio di un gruppo d’insegnanti nonostante  l’allarme lanciato da Leonardo Taschera, il quale riteneva “impossibile pensare di trasferire , nel corso di un seminario, la competenze relativa alla produzione di eventi teatrali”. Dopo il primo atto, è venuta la disamina e l’approvazione dei progetti; la realizzazione dei progetti approvati; l’attività pratica degli insegnanti nelle loro scuole di riferimento; infine la verifica e la valutazione dei progetti al fine della “trasferibilità dell’esperienza”, ovvero  della elaborazione di un “modello” di Teatromusicale da trasmettere in una rete più larga, sempre più larga, di scuole  disseminate sul territorio nazionale. Se c’è un ambito in cui l’applicazione dei modelli risulta mortale, è proprio lo spettacolo dal vivo. Per la fortuna degli studenti, e quindi dei nostri figli, questa fase di allargamento del bacino di utenza non è stato realizzato. 

Non era meglio seguire il consiglio di Carlo Delfrati  sulle fratture da ricucire, facendo un laboratorio sulle  “Miscele linguistiche eterogenee” nella prospettiva del teatro-musica -, invece di farsi prendere da un gigantismo approssimativo quanto pericoloso? Un laboratorio di due o tre mesi, condotto da un maestro riconosciuto di teatro totale, avrebbe comportato una minore spesa di denaro pubblico e maggiori risultati a livello artistico e didattico-formativo. Ma, a volte, le cose semplici e veramente utili sembra che non siano possibili in questo benedetto Paese.