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Sulla recitazione (Sanford Meisner)

di Alfio Petrini, INScena on-line 2007
 

Sulla Recitazione
di Sanford Meisner
Dino Audino Editore

In regime di libertà la diversità delle idee e il confronto serrato libera energie e alimenta la cultura democratica di un Paese. Tuttavia, nell’abito della saggistica, ci si chiede come un editore debba comportarsi rispetto a quello che viene scritto su un determinato tema o problema. Deve informare in modo indiscriminato in nome della liberta d’idee o deve invece selezionare e orientare in rapporto ad una determinata linea editoriale? Deve puntare sulla quantità o sulla qualità delle proposte? Deve raccogliere i contenuti espressi dalla ricerca più avanzata, oppure i valori tematici più eterogenei, tra tradizione e innovazione, anche contradditori o culturalmente superati? Deve contare sulla produzione di coscienza critica (ammesso che il lettore sia in grado di farsela da solo) con una offerta di promiscuità oppure di omogeneità ideologica? Il dibattito è aperto, ma non è questa l’occasione per  dare una risposta a questi interrogativi. Tanto meno definitiva, anche perché non io ce l’ho. Ho però idee chiare su libro di Sanford Meisner, che fa parte della Collana di teatro dell’impegnatissimo editore romano Dino Audino.

Dopo il libro di Donnellan sul “bersaglio” ho letto quello di Meisner “Sulla recitazione”,   tradotto da Olga Dalia Padoa, con la collaborazione di Anna Maria Cianciulli (Dino Audino Editore,  Roma 2007,19.00 euro).

Meisner è stato, assieme a Lee Strasberg e Stella Adler, uno dei fondatori del Group Theatre e passa per essere un maestro dell’arte della recitazione americana. Nel libro sono citati  numerosissimi attori di cinema e di teatro che hanno studiato con lui, a presunta conferma dei suoi meriti e della sua gloria imperitura.

Il libro offre la possibilità di capire quale sia stato il metodo di lavoro adottato dall’autore dopo l’uscita dal Group Theatre e, per certi aspetti, la polemica culturale nei confronti dei suoi ex colleghi.

E’ evidente che ci troviamo di fronte ad una prassi che non porta acqua al mulino dei tanti teatri destinati a  tanti pubblici, ma di un solo genere di teatro, che possiamo chiamare come vogliamo - realistico, naturalistico o mimetico, non ha importanza -, ma che di certo si fonda sul principio di discorsività logico-materiale. Ne consegue che gli attori sono formati per servire soltanto quel determinato genere di teatro. E quel determinato genere di teatro resiste con vigore nel tempo perché la formazione pubblica e la maggior parte di quella privata lo alimenta  con un’attenzione che è massima ed esclusiva. Così le Compagnie che non frequentano quel modo di fare teatro, sono costrette ad arrangiarsi con la formazione in proprio.

“Ai tempi del Group Theatre – scrive Meisner -, gli attori facevano quelle che venivano chiamate improvvisazioni. Erano delle descrizioni verbali e generiche  di quella che ci sembrava più o meno la nostra situazione nella commedia. In pratica, raccontavamo quel che ci ricordavamo della storia usando parole nostre. Alla fine decisi che erano un’assurdità originata solo dall’intelletto”. In altri termini, dal lavoro intellettuale sulla ”memoria emotiva”. Si tratta di considerazioni che possono essere facilmente condivise e che, in altri termini, feci anch’io negli anni successivi alla partecipazione (erano gli anni ’60) ad un laboratorio condotto da Lee Strasberg nell’ambito del Festival di Spoleto. Il tempo, si sa, cambia il significato del nostro passato. E fu per questo motivo che a Meisner non  piacque più la teoria della “memoria emotiva”, come non piacque più allo stesso Stanislavskij, che  l’abbandonò dopo averla inventata. Ma, va detto subito, che l’affermazione di Meisner secondo la quale “un compositore non scrive ciò che pensa possa essere efficace, ma lavora dal cuore”, trasferita al lavoro dell’attore, risulta più un atto di volontà che una teoria suffragata da una corretta pratica formativa.

Fu così che, dopo l’uscita dal Group Theatre, il maestro decise “di creare un esercizio per gli attori in cui non ci fosse nulla d’intellettuale. “Volevo eliminare tutto il lavoro di testa – precisa -, togliere la manipolazione mentale per accedere al nucleo da cui partono gli impulsi”. Parole condivisibili, anche queste. Parole vere o parole che mentono? Vediamo di che si tratta. Le “fondamenta” del suo insegnamento sono la “realtà dell’azione” e “la ripetizione”. Il “fondamento della recitazione” è la realtà che porta con sé l’azione, non l’azione nella sua complessità. Perché l’azione porta con sé anche ritmo ed energia, e genera tante cose: suoni, immagini, pensieri, sensazioni, sentimenti e psicologie: molte delle cose che servono per rappresentare l’uomo a due dimensioni. Secondo Meisner è il senso della “realtà” insito nell’azione che genera la verità scenica. E quale sia questo senso lo spiega chiedendo agli allievi “mi state ascoltando?”. Figuriamoci!  Un coro  di affermazioni. Certo, che stanno ascoltando il maestro. Il quale insiste per sapere se fingono di farlo, oppure se ascoltano “veramente”. La rassicurazione dei discenti è fuori discussione, ma l’affermazione secondo la quale la “realtà dell’azione” stia in quel “veramente” suscita alcune perplessità.

Sento, quindi ascolto. Purtroppo non è così. Chi ci assicura che gli allievi  ascoltino “veramente” e dicano la verità? Non nego che abbiano sentito le sue parole. Ma le hanno ascoltate “veramente”? La risposta viene dalle parole esemplari  degli stessi allievi che sono invitati successivamente ad ascoltare quante automobili passano per la strada: “nessuna”, “ho sentito un aereo”, “non riuscivo a sentire le macchine”, “i rumori erano confusi”, “non sono riuscita a distinguere i rumori delle macchine”. E’ evidente che prima hanno fatto finta di ascoltare il maestro. Quella che era stata indicata come “realtà dell’azione” era in realtà un guscio vuoto, una piaggeria, un atto di volontà, un falsità prodotta dalla recita di un fantasmatico personaggio. Se non sono stati in grado di ascoltare “veramente” un’automobile, quante parole del maestro hanno “veramente” ascoltato sulla questione della ““realtà dell’azione”? Poche o nessuna. Se ne deve dedurre che con questa metodica la “realtà dell’azione” è decisamente inafferrabile.

Il secondo presupposto e metodo di insegnamento è ripetere. “Ripetere ciò che sento dire m’impedisce di lavorare con la testa”, dice Meisner. Se ripeto, precisa, il cervello non funziona. Se ripeto, compio un atto che non ha niente d’intellettuale. Però, se non lavoro con la testa con che cosa lavoro? Non con il corpo, perché ripetere le parole che si sentono - senza inflessioni e senza significato! - non significa lavorare sulla parte sensibile della comunicazione. Non lavoro con la testa, non lavoro con il corpo: allora, con che cosa lavoro? Diciamo che ripeto le frasi perché lo stabilisce la regola della scuola di recitazione. E diciamo anche che non usare “la testa” o “il cervello”, voglia dire non usare la ragione. Se non lavoro con il corpo e non uso la ragione, significa che ripeto lavorando con la mente. Bene. Perché, se non serve l’attività intellettuale che scaturisce dalla ragione, serve però l’attività svolta dalla mente, se è vero che l’attore ha il compito di produrre pensiero, oltre a sentimenti ed emozioni. Ma dove si trova la mente? Nel cervello? Nella testa? Il corpo pensa, quindi la mente sta nel corpo. Vuol dire che il corpo porta con sé sia il movimento del pensiero che il movimento del desiderio. Mente e corpo sono parti di una unità, di una interezza, che è l’uomo. La dualità della natura e della cultura umana è una realtà alla quale non possiamo non fare riferimento quando utilizziamo attori che incarnano personaggi simili agli uomini. Pensiero e sangue, razionale e sensibile  sono valori opposti e contrari - l’uno il risvolto dell’altro, l’uno riducibile nell’altro -, di cui il teatro, qualunque genere di teatro, non può farne a meno.

C’è dunque una differenza tra la mente e la ragione. La ragione serve per attraversare la strada, per lavare i piatti – e a fare tante altre cose -, ma non serve per fare teatro; mentre la mente serve per fare il teatro – e per fare tante altre cose. Penso, dunque,che – contrariamente all’affermazione di principio – ripetere ciò che si sente dipenda proprio dalla ragione – che Meisner colloca nella “testa” o nel “cervello” - e non la mente che risiede in tutto il corpo. Infatti la ripetizione meccanica meisneriana delle parole non comporta produzione di pensiero. E poi, se non sapessi che la ripetizione delle parole è frutto di una convenzione prestabilita e che la pratica conseguente del ragionamento è determinata dalla regola imposta dal metodo, direi che anche la ripetizione “inumana” delle parole si carica di significato, in quanto non ci sono valori neutri nei processi di comunicazione e di creazione artistica.

Meisner sviluppa il suo ragionamento, dicendo di essere passato in una fase successiva a quella del ripetere, ed esemplifica il passaggio attraverso il seguente esercizio. Chiede soldi in prestito ad un allievo, ripete la richiesta cinque o sei volte, l’interlocutore si oppone,  e allora gli grida in faccia “ Sei uno spilorcio”. Spiega che “il rifiuto” ha innescato “un impulso” che proviene “direttamente dalla ripetizione” e che la frase “Sei uno spilorcio” è stata generata da questo “impulso”.  “Sei uno spilorcio” è una reazione verbale che nasce dal rifiuto. L’impulso è un’altra cosa. L’impulso non è una attività. E’ una sensazione, percepibile nella zona lombare del baricentro. Dire “spilorcio” vuol dire, quindi, svolgere l’attività del dire secondo il proprio ragionevole partito preso. Non è un’azione “emotiva e istintuale”. Dico “spilorcio” ad una persona che potrebbe o non potrebbe essere uno “spilorcio”. Si rifiuta di farmi un prestito, e forse ha ragione, perché non si fida di me, perché sa che abitualmente non restituisco i soldi ricevuti in prestito. Faccio in altri termini un’affermazione logico-discorsiva che ha valore di giudizio. Esprimo un valore etico che attribuisco ad una persona facendola diventare un personaggio. Con un suono articolato, fortemente esplicativo, manifesto un giudizio morale e sociale di condanna. Imprimo un marchio dispregiativo rivelando la mia cultura più che la mia natura di uomo. 

In un altro passaggio Meisner dice ad un allievo: “recitare la parte di un personaggio è già quello che fai”. Benissimo. Perché, allora – verrebbe da dirgli -, non fai lavorare l’allievo sulle azioni fisiche invece che sulla “realtà dell’azione” che implica il “gioco del ripeti-parola”?

“Hai i capelli lucidi”, Hai i capelli lucidi”, “Hai i capelli lucidi”, Hai i capelli lucidi, “Hai i capelli lucidi”: No, grida il maestro, non dovete aggiungere inflessioni. “E’ meccanico, è inumano, ma è la base per qualcosa”, commenta all’indirizzo di una coppia di attori. “ E’ vuoto, è inumano, vero? Eppure c’è qualcosa: c’è una connessione. Si stanno ascoltando a vicenda, giusto? Questa è la connessione. E’ una connessione generata dal reciproco ascolto, ma che non ha nessuna qualità umana – non ancora”,  come se in qualche momento del lavoro dell’attore e della  recitazione si possa fare a meno delle specificazioni di qualità umane. “Non ancora”, commenta l’autore, rinviando al “dialogo emotivo”, nato dalla polemica con Strasberg sulla “memoria emotiva” stanislavskijana, ma dal quale poco si differenzia.

Certo, anche all’interno di questa tecnica si può parlare di contatto, ma si tratta di un “contatto verbale”, come riconosce lo stesso Meisner. Certo, anche il “contatto verbale” cambia, ma il cambiamento si verifica sulla base dell’intreccio più mentale che istintuale. A dimostrazione della tesi, il maestro chiede ad un allievo un prestito in denaro: varie ripetizioni, l’allievo si rifiuta, il maestro gli dice che è “uno stronzo”, la classe ride. Valgono a questo proposito le considerazioni fatte poc’anzi, con l’aggiunta di una riflessione di rimbalzo. La battuta finale del “gioco ripeti-parola” è una affermazione, una descrizione, una morale legata ad una parola che dice tutto e che non dice niente, perché potrebbe essere un’opinione dettata da risentimento o da altro. Ma il punto è questo: se per dire il dicibile basta dire una parola o una frase, come si fa a comunicare l’indicibile? Se per il dicibile la tecnica del “dialogo emotivo” può essere approssimativamente applicabile, per l’indicibile, l’invisibile e l’impalpabile appare decisamente  inadeguata. Scivola sulla superficie invece che sondare la complessità della natura e della cultura umana.

Un altro esercizio per una riflessione conclusiva. Se un allievo è invitato a ripetere “Mi stai fissando” e la ripetizione è ad un certo punto interrotta da una linguaccia che suscita ancora l’ilarità della classe, non credo che il dialogo possa essere definito “emotivo”, perché – per la contraddizione che non lo consente - il dialogo è “ripetitivo”. Pur accettando l’ipotesi della linguaccia come reazione psico-fisica finale, viene da chiedersi come si fa  a realizzare un dialogo “emotivo” di venti minuti senza ripetizione? E ancora: “Mi stai fissando” è una frase che spiega quello che l’altro sta facendo.  E’ come dire “Mi minacci” quando sono minacciato, “Sono triste” quando provo un sentimento di tristezza. E così di seguito. La frase “Mi stai fissando” è decisamente inutile(appartiene al detto),mentre lo sguardo fisso dell’interlocutore è ricco e significativo (appartiene al non-detto). Allora, è più efficace una descrizione o un’azione fisica? Una spiegazione o un comportamento? E’ più coinvolgente il detto o il non-detto? La spiegazione sciupa l’azione fisica o la potenzia? E ancora, che bisogno c’è di spiegare a parole quello che altri fanno benissimo con un silenzio riempito? E’ meglio il silenzio riempito di una persona che fissa un’altra persona, oppure la trasformazione di quell’azione carica di energia in una banale descrizione dell’azione medesima? Il resto è silenzio.