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Il pieno è il vuoto
di Pasquale D'ascola
Ipoc Milano2006, 20,00 euro
Il mercato teatrale
– ammesso e non concesso che esista davvero come libero mercato, dato il dirigismo
a valenza politica che lo governa – è indubbiamente variegato. Ed è un bene
che sia così. E’ un fatto positivo che ci siano tanti modi e tanti luoghi
legati al fare teatro. Perché no? C’è il teatro di ricerca e il teatro di
tradizione, il teatro mimetico e il teatro totale, il teatro che si fa tra
gli stucchi dei teatri storici e quello che si fa negli spazi non convenzionali,
il teatro dei luoghi che diventano contenuti di evento e il luogo teatrale
come contenitore di spettacolo, il teatro-danza e il teatro-musica, il teatro
di narrazione e il teatro della memoria, il teatro fondato sulla ripetizione
dei gesti e delle intonazioni e il teatro fondato sulla produzione delle forme
organiche, e poi ci sono i percorsi, le parate, gli eventi intermediali e
sinestetici, e altro ancora. C’è il teatro professionistico e il teatro amatoriale.
Il teatro antididattico e quello pedagogico-didattico. Il teatro non è un’altra
cosa come dice Pasquale D’ascola nella quarta di copertina del suo libro Il
pieno è il vuoto? (Ipoc Milano2006, 20,00 euro). Il teatro è tutto questo.
Non tutto il teatro è buono, ma tutte le forme di teatro non solo sono legittime,
ma necessarie in un sistema sociale liberale e culturalmente pluralistico.
La varietà e la differenza sono o non sono una ricchezza? Dunque, tanti teatri
per tanti gusti, con tante oscillazioni del gusto.
D’ascola - con
il suo “piccolo libro” destinato agli insegnanti, terapeuti e studenti - fa
bene a mettere in evidenza la pratica teatrale come incontro tra persone.
Ma, pedagogia o non pedagogia, mimesi o ricreazione, tutte le forme di teatro
si pongono come obiettivo centrale l’incontro tra attore e spettatore. Il
problema è riuscire a determinarlo veramente questo scambio. Ed è possibile
condividere con l’autore anche la pratica secondo la quale ci si debba ogni
volta mettere in discussione, “invece di celebrarsi come docenti, educatori,
terapeuti”. Il teatro, in tutte le forme in cui si manifesta, ha bisogno di
maestri e non d’insegnanti, aggiungiamo noi. Ha bisogno di uomini che sentono
il bisogno di essere, non di sembrare. Uomini che sanno mettere in vita
e non mettere in scena un testo. Che insegnano a disimparare. Che insegnano
ad esprimersi e a comunicare senza insegnare a recitare.
L’autore del
libro tiene in buona considerazione la individualità dello studente. Il suo
vissuto. Ed ha a cuore il fatto che il giovane non reciti, ma che affermi
il proprio punto di vista attraverso un allargamento del campo delle percezioni
che, come si sa, implica un ampliamento della coscienza. E’ dunque da accettare
anche la indicazione relativa alla esistenza di un Centro posto sotto l’ombelico
(in cinese Dan Dien), che in Europa viene collocato in coincidenza del baricentro,
in fondo alla spina dorsale. E’ da lì che parte l’impulso ad agire. E’ dal
Centro che scaturisce l’energia vitale. Ed è attraverso la spina dorsale,
e dunque il tronco, che l’energia si diffonde il tutto il corpo. Ma non è
con gli esercizi indicati nel libro - ascoltare la musica per ballare, osservare
i colori, raccogliere suoni e odori, rafforzare l’intenzione, trovare l’intonazione
giusta in rapporto all’intenzione, e tanti altri – o con il Tai Chi – trasferito
integralmente nella nostra didattica della formazione come “studio della
consapevolezza e della pienezza del gesto” - che si possono ottenere i risultati
messi in preventivo. Quegli esercizi alimentano sostanzialmente la cultura
del teatro mimetico, del teatro fondato sul dominio assoluto della parola,
sul teatro come trasposizione scenica di un testo che considera il personaggio
non un lessema, ma un organismo vivo al quale appiccicare le proprie psicologie
e i propri sentimenti. Da qui il primo piano assegnato da D’Ascola all’intenzione,
alla intonazione, al gesto e al movimento. Operazione legittima. Rimanda peraltro
ad un genere di teatro largamente diffuso, ma non significa “apprendere in
corpore vili ”. Questo tipo di apprendimento lo abbiamo ricevuto come
dono prezioso da alcuni geni del teatro del ‘900 che D’Ascola conosce benissimo.
Essi ci hanno insegnato che la metodica più avanzata è data dal lavoro sulle
azioni fisiche, come premessa fondamentale all’autogestione dei processi
organici. Il che implica una serie di questioni assai complesse, e tra
queste:
1) il riconoscimento della dimensione materiale e immateriale dell’uomo;
2) la differenza sostanziale tra gesto, movimento, attività e azione fisica
fino alla spazialità;
3) la definizione dell’arte dell’attore come arte del
sapersi mettere in rapporto a… e come arte della produzione di energia (per
i dettagli vedere il mio “Teatro Totale”, Titivillus Editrice 2006).
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