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Il danzatore attore (Concetta Lo Iacono)

di Alfio Petrini, INScena gennaio 2007
 

Il libro “Il danzatore attore, da Noverare a Pina Bausch” (Dino Audino Editore, Roma 2007) è una antologia curata da Concetta Lo Iacono, divisa in tre parti. La prima parte  - Le radici, La tradizione occidentale – raccoglie uno scritto sull’arte imitatrice di Susan Leigh Foster, un’analisi  della pantomima romana di Nicola Savarese e una serie di lettere sulla danza di  Jean-Georges Noverre che indicano il senso dell’azione  innovativa fondata sul riconoscimento dell’autonomia della danza tra le arti e sulla critica agli stereotipi e alle convenzioni dell’Ottocento.

Il balletto secondo Noverre – come bene sintetizza Flavia Valentini - deve reggersi su un’azione drammatica e “la danza deve essere naturale ed espressiva”. Con il modello di riferimento dato dalla pantomima, la danza fa un salto di qualità come arte fondata sulla imitazione della natura. Il cambiamento è radicale. Le maschere, i costumi, la tecnica, la formazione del danzatore e del coreografo entrano nel mirino della critica di Noverre, il quale prefigura quella “unione delle arti” – intesa come “quadro vivente”-, che oggi chiamiamo più correttamente pluralità del linguaggio.

Quando la pantomima viene espulsa dalla danza si lavora,  come dice Fedele d’Amico, in direzione di “stilizzatissime allusioni al gesto”: soluzioni - destinate a durare a lungo nel tempo -, che trovarono allora opposizione in Virginia Zucchi, una valente artista che rivolgeva attenzione alla verità nell’arte.

La seconda parte del libro – Corpo, mente e anima – si apre con uno scritto di Luciano Mariti che evidenzia come  Engel e Diderot  si trovassero d’accordo sulla recitazione come arte fondata sulla osservazione, ma avessero posizioni divergenti sul significato dell’osservazione. Per Engel era “analisi prioritaria dei segni esteriori”, mentre per Diderot era “anche immaginazione e introspezione”. Per il primo, l’attore creava perché sapeva costruire un “modello esteriore che induceva quello interiore”. Per il secondo, l’attore creava perché sapeva costruire un modello interiore che rimandava al modello esteriore che aveva osservato. Se l’attore debba lavorare a partire da modelli interiori o da modelli esteriori, se la sua mente sia creativa oppure imitativa, se il corpo debba vivere oppure comunicare segni e significati esteriori, sono questioni ancora al centro del dibattito contemporaneo. Sembrano tuttavia accertati alcuni fatti: che un testo teatrale debba essere messo in vita – non in scena - per offrire uno spettacolo seducente; che l’attore-danzatore debba lavorare in prima istanza sui processi che producono forme organiche invece che sulla rappresentazione dei segni e degli stilemi coreografici; che il movimento della creazione artistica vada dal fare al dire e dal materiale all’immateriale; che la sorgente del fiume della comunicazione e della espressione teatrale abbia una sorgente e una foce, un prima e un dopo che non possono essere confusi. In altre parole, appare evidente come l’attenzione primaria rivolta ai modelli interiori rappresenti un investimento metodologicamente corretto,   in quanto  implica un movimento di andata e ritorno che va dai modelli interiori ai modelli esteriori, significando la loro inscindibilità. In tal senso, ci sembra di poter dire che la tesi di Diderot risulti più convincente rispetto a quella di Engel.

Di Decroux non vengono riportati gli scritti più interessanti legati alla teoria del tronco come centro del corpo umano, ma una riflessione  sul mimo in funzione dell’attore del teatro di parola. Una predilezione della curatrice? Di quel teatro fondato sulla trasformazione della parola scritta  in parola parlata, accompagnata da un corredo di gesti e movimenti che descrivono l’invisibile e spiegano l’inspiegabile.

Un contributo ricco di tensioni attive e presenti viene da Marco de Marinis che risponde ad una vecchia tesi, secondo la quale, per dirla con Baudelaire, “la danza è la poesia delle braccia e delle gambe”. Si tratta di una pratica che poteva avere un senso allora, ma che risulta oggi inaccettabile, anche se, purtroppo, registra l’impegno di gran  parte dei coreografi e dei danzatori contemporanei. De Marinis richiama l’attenzione sul principio opposto e contrario a quello che vede come protagonista il gesto: quello del movimento “che pone in primo piano il tronco, la massa del corpo”. Quello dell’azione fisica, forse sarebbe meglio dire. L’azione fisica che porta con sé ritmo ed energia. Una energia che non è forza muscolare e che ha origine nel centro del corpo, cioè nel tronco. Al centro del corpo c’è il tronco e al centro del tronco c’è il cuore. Non il cuore che pompa il sangue, ma il cuore che produce energia vitale che attraversa il corpo e lo trasforma: un flusso continuo e ondeggiante di energia vitale che alimenta il processo organico. Ne consegue: se la periferia degli arti inferiori o superiori non porta energia al centro, il centro del corpo è capace di trasferire l’energia necessaria verso mla periferia.

E’ evidente allora che tra gesto, movimento e azione fisica esista una netta differenza. Il gesto è il movimento di un arto o di una parte degli arti inferiori o superiori che accompagna il detto della parola dell’attore. Il movimento è lo spostamento del corpo da un punto all’altro dello spazio scenico per motivi di funzionalità operativa. L’azione fisica è l’attività svolta in funzione espressiva da una parte del corpo (in azione primaria), accompagnata dal resto del corpo (in azione secondaria), sotto la spinta dell’impulso posto alla base della spina dorsale.

Quanta danza è ancora legata alla manovra marionettistica derivante dall’abbaglio baudeleriano! Quanta danza pratica ancora i processi di astrazione, fondati sul principio del modello esteriore engeliano, invece che sui processi organici! Non ci sarebbe reprimenda critica, se quella danza non restasse un fatto privato, e addirittura intimo, a volte, invece che diventare un fatto pubblico; se non ci fosse la negazione della centralità del rapporto tra emozione ed espressione artistica; se le forme algide derivanti da tale pratica non facessero calare le palpebre sugli occhi dello spettatore.

Nella terza parte del libro – Gesto, movimento, azione -, il principio del pensiero del corpo, secondo il quale il corpo parla, si esprime nella sua interezza dualica trova una ulteriore e radicale risposta negli scritti di Kurt Jooss e di Pina Bausch. Entrambi confermano che l’impulso a compiere l’azione fisica parte dal tronco e che l’energia si diffonde dal tronco verso la periferia. La Bausch, nella pratica del teatro totale, utilizza tutto quello che serve alla comunicazione e  vede tutto “in rapporto allo spazio”, dove il corpo-oggetto dell’attore-danzatore compie evoluzioni fino alla spazialità, fino alla danza: una danza che non è danza. Vita e pluralità del linguaggio sono dunque i cardini della sua ricerca applicata. Ciò che sa, lo conosce con la sua “sensibilità e non con la testa”. Ciò che sta al centro dei suoi interessi è “ciò che muove gli esseri umani, non tanto il modo in cui si muovono”. Del resto non c’è azione fisica, da ri-creare ogni volta come fosse la prima volta, senza il presupposto fondamentale della necessità. Non c’è vita senza la necessità dell’azione fisica. Non c’è vita e non c’è pluralità dell’uomo indivisibile senza processo organico sostenuto dalla necessità dell’azione fisica. 

Il libro curato da Concetta Lo Iacono stimola  l’approfondimento teorico e sollecita l’esperienza diretta. E’ utile. Si legge con piacere e con interesse, ben figurando nella collana di un editore che merita la nostra attenzione e il nostro apprezzamento, anche quando propone testi discutibili. Questo, nella sua pregnanza, ha il pregio e il limite del montaggio. Offre una struttura interpretativa aperta, ma difficile da decifrare.  D’accordo, evitiamo la peste dell’assoluto ideologico, ma non ci nascondiamo dietro la presunta oggettività o neutralità del dato storico in nome della piena libertà e autonomia di giudizio. Il punto di vista del curatore è forse limitante, e limitato alle sue predilezioni, ma vivacizza l’opera. Il senso di una antologia sta nella scelta e nella combinazione degli interventi, ma anche nella pluralità ricondotta ad unità di sintesi, perché i pezzi dell’assemblaggio non parlano da soli. Lasciare le tesi contrapposte sul terreno della irriducibilità è una scelta necessaria nell’atto e dell’atto creativo. Ma non vale per la storia delle idee che deve aiutare il giovane a capire verso quale direzione è meglio orientare il proprio interesse artistico e culturale. Un supporto critico più puntuale e analitico avrebbe illuminato lo sviluppo della ricerca teatrale nel corso dei secoli e il senso degli approdi finali più condivisibili.