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Educare
il corpo degli attori/danzatori è complesso e difficile, anche a causa dei
condizionamenti che, come uomini, hanno subito sin dalla tenera età. Per capire
la quantità e la qualità dei condizionamenti culturali cui sono sottoposti
i bambini è bene leggere il libro di Silvia Perelli, scritto con la collaborazione
di Maura Valiserra, le musiche originali di Osvaldo Guidotti, le illustrazioni
di Silvia Tilli,(Dino Audino Editore, Roma, 2007, euro 14,00).
Il metodo
della Perelli per insegnare la danza ai bambini si condensa attorno a due
questioni fondamentali: la centralità degli arti inferiori e superiori; il
gesto mimetico. Tutti gli esercizi che vengono proposti all’attenzione degli
insegnanti delle scuole elementari prevedono una regola tassativa: tenere
il “busto eretto”. Finalità: la “sensibilizzazione dei diversi punti articolari
delle braccia”. Lo stesso ragionamento vale anche per gli arti inferiori.
Si precisa
che la “acquisizione dei livelli alto, laterale, basso degli arti superiori”
si fonda sulla “esperienza del movimento alternato delle braccia”. Una pratica
che ha come prolungamento metodologico l’uso degli arti in funzione imitativa.
Da qui, l’arte come imitazione della realtà. Le braccia cadono dall’alto verso
il basso come le foglie. Gli uccellini volano: le braccia si muovono come
ali che battono. Le ranocchie saltano: le braccia e le gambe spingono per
fare saltini. E tutti i bambini ripetono ovviamente gli stessi gesti e gli
stessi movimenti.
Il culmine
subliminale dello stereotipo legato allo stilema coreografico è raggiunto
con “I passi degli animali”. “Passo della tigre: un passo ogni due tempi:
propone un passo elegante (che vuol dire “elegante”?) e cauto (che vuol dire
“cauto”?), meno pesante dell’elefante ma ugualmente deciso (che vuol dire
“deciso”?); l’incedere da cacciatrice della tigre suggerirà l’appoggio prima
dell’avampiede (camminata punta tallone”). E così di questo passo con i “passi
del cavallo e della formica”.
Tali
i bambini, tali gli adulti, come si dice. Tali gli adulti, tali i bambini.
Nell’Ottocento
si teorizzava la poesia delle braccia e delle gambe, sgambettando fitto fitto
e, come direbbe Shakespeare con Amleto, tagliando l’aria con le mani. Oggi
– dopo Stanislawski, Decroux, Grotowski, Jooss e Bausch, tanto per citare
alcuni nomi - si dovrebbe insegnare che non c’è un modo, ma mille modi di
essere “elegante”, “cauto” o “deciso”; che non è importante “come” si cammina,
ma “perché” si cammina, ovvero quale necessità spinge gli esseri umani a muoversi.
Si dovrebbe insegnare a tenere dritta la spina dorsale e rilassati i muscoli
laterali che la sostengono. Si dovrebbero fare esercizi fondati sulle azioni
fisiche, più che sui gesti o sui movimenti. Si dovrebbero ipotizzare improvvisazioni
guidate – e adattate ovviamente ai destinatari -, che facciano riferimento
all’impulso, al tronco come centro della produzione di energia, al pensiero
del corpo, ai processi associativi, anche se minimi ed elementari. Si dovrebbero
cioè praticare valori, metodiche e attività capaci di sviluppare la fantasia
e la cultura del corpo alla ricerca della differenza, della individualità
e della originalità. La vita non ha bisogno di bambini che scimmiottano gli
adulti. La società non ha bisogno di esseri umani deprivati del piacere fisico
e pronti all’edonismo, al tecnicismo, all’esteriorità dilagante. Il teatro
e la danza non hanno bisogno di attori, danzatori, registi e coreografi: hanno
bisogno di uomini, plurali e indivisibili. Uomini interi, non fatti a pezzi.
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