| | Declan Donnellan,
regista inglese, è autore del libro "L'attore
e il bersaglio", tradotto da Pino Tierno (Dino Audino
Editore, Roma 2007, 18 euro). Audino ha il merito di essere
uno dei pochi editori che dedicano attenzione all'arte del
teatro, del cinema e della danza, tenendo in vita Collane
che comprendono ormai parecchi titoli di esperti italiani
e stranieri. Il libro di Donnellan merita di essere letto.
Si fa apprezzare per la leggerezza e la pregnanza delle tematiche
che prende in esame.
"Teoria e tecniche per vincere il blocco dell'attore
e risolvere i problemi della recitazione" è un
sottotitolo esplicativo e rassicurante che rimanda tuttavia
alla sostanza di un'opera non illusoria rispetto alle difficoltà
insite nei problemi indicati. Non esiste una ricetta capace
di risolverli. Ci sono diverse metodiche di approccio, più
o meno efficaci, che hanno bisogno di essere guidate da un
maestro riconosciuto dell'arte dell'attore. Alcune, tra le
tante, sono vecchie e stantie, da evitare accuratamente assieme
ai sedicenti insegnanti che le praticano.
Il blocco, si sa, impedisce al talento di manifestarsi: "Il
talento circola in modo naturale, come il sangue. Dobbiamo
solo rimuovere il grumo che lo ostruisce", scrive Donnellan.
Quel "solo" è molto piccolo, mentre il problema
del "grumo" è molto grande, anche in considerazione
del fatto che più si cerca di "uscire dall'impasse,
più si peggiorano le cose" e anche perché
nella situazione di blocco si prova un profondo senso "d'isolamento".
Tra le cause del blocco, l'autore indica il disagio derivante
dal "luogo in cui si prova", ma anche da "un'atmosfera
difficile nel gruppo, o un cattivo rapporto con il regista
o l'autore". Premesso che bisogna "distinguere tra
ciò che possiamo cambiare e ciò che non possiamo
cambiare", precisa che l'attore ha uno scarso controllo
su ciò che viene da fuori di lui, mentre su ciò
che proviene da lui stesso "può avere un controllo
sempre maggiore", affermando che questa seconda parte
è l'oggetto della sua trattazione. Mi sembra che sia
stato Grotowskj a dire che si debba lavorare dall'interno
verso l'esterno, e non fare nulla per l'esterno.
Non nego che il blocco possa derivare dalle condizioni indicate
dall'autore, ma ci sono anche resistenze psico-fisiche - dure
a morire - che a volte lo determinano e che rappresentano
l'ostacolo più grande da abbattere per l'avvio dei
giovani alla professione dell'attore. Mi riferisco a quelle
patologie che non consentono di dominare il corpo, di produrre
energie vitali, di assumere comportamenti armoniosi e credibili:
tutte cose necessarie ad una comunicazione teatrale che voglia
suscitare stupore e fascino, perché si va a teatro
per provare emozioni, non per imparare qualcosa e tanto meno
per finire nelle braccia della noia. Coltivo fondati motivi
- derivanti da una lunga pratica di ricerca e di sperimentazione
presso la Scuola d'Arte - per ritenere che quelle patologie
possano essere risolte con il rimedio del "bersaglio"
proposto da Donnellan, che sembra circoscrivere i risultati
nell'ambito del lavoro di realizzazione di uno spettacolo,
tant'è vero che nel libro fa riferimento costante a
situazione simulata che vede Irina alle prese con l'interpretazione
del personaggio di Giulietta.
Il libro, è chiaro, non ha lo scopo d'insegnare a
recitare. La recitazione è un mistero e nessuno ha
la bacchetta magica. Forse ai giovani in formazione bisognerebbe
dire che il migliore insegnamento potrà venire dal
maestro che non insegna a recitare. E agli attori diplomati
presso le accademie della tradizione immobile - che da bambini
hanno imparato ad imitare i comportamenti degli adulti - bisognerebbe
dire che devono imparare a disimparare. Per esempio, a non
pompare i sentimenti. Tuttavia, se durante le prove hanno
trattato il personaggio come organismo vivo, finiranno per
cadere inevitabilmente in quell'errore. Purtroppo, la formazione
per generi, la santificazione delle tecniche che implicano
la dipendenza del soggetto attore dal soggetto regista, la
pratica mortale della trasformazione della parola scritta
in parola parlata che non riconosce l'autonomia dello spettacolo
dal testo, il convincimento che al personaggio si possano
appiccicare sentimenti e psicologie, l'idea che il teatro
consista nel doppiare la realtà, sono le cause che
determinano il fenomeno di contiguità tra la "prima
natura" (l'imitazione degli adulti) e la "seconda
natura" (l'imitazione della realtà).
Al lavoro sui sentimenti Donnellan dedica un capitoletto
intitolato "Cosa prova il mio personaggio". Pur
non considerando il personaggio come lessema e non riconoscendo
la centralità dell'azione fisica, dà una risposta
corretta all'attrice che deve interpretare Giulietta: "E'
pericoloso per Irina chiedersi cosa sta provando Giulietta.
La domanda appare ovvia e anche generosa, ma non fa che soffocare
lo spirito. La domanda è contaminata dalla sottile
vanità di poter essere totalmente sicuri di ciò
che proviamo. Ma se non posso essere certo di cosa provo io,
come posso essere certo di cosa Giulietta potrebbe provare?"
Conclude affermando che la domanda "non ha alcuna risposta
pratica", perciò è inutile che Irina se
la ponga. E allora, cosa deve fare l'attrice? Deve ricorrere
al "bersaglio".
Evidenziato che "l'impulso dell'attore è legato
a due specifiche funzioni del corpo: i sensi e l'immaginazione"
e chiarito che "sono la prima antenna per esplorare il
mondo esterno", Donnellan introduce il "bersaglio"
come grande protagonista del libro, precisando prima di tutto
quello che non è. "Il bersaglio non è né
un obiettivo, né un desiderio, né un progetto,
né una ragione, né un'intenzione, né
uno scopo, né un punto di focalizzazione (che è
cosa diversa dall'attenzione rivolta all'oggetto dell'osservazione,
ndr), né una motivazione", essendo le motivazioni
derivazioni del "bersaglio". "Il bersaglio
può essere reale o immaginario, concreto o astratto,
ma la prima regola infrangibile è che, sempre e senza
eccezione, ci deve essere un bersaglio". E fa alcuni
esempi: Metto in guardia Romeo - Prendo in giro la Balia -
Apro la finestra. "La natura del bersaglio cambierà
di volta in volta. La scelta è enorme. Ma senza il
bersaglio, l'attore non può fare assolutamente nulla,
in quanto il bersaglio è per l'attore fonte di vita".
Che il "bersaglio" ceda energia all'attore non ci
sono dubbi, ma che l'azione fisica rappresenti una "fonte
di vita" ancora più forte e stimolante del "bersaglio"
è ormai definitivamente certo e accertato. L'azione
fisica è il principio. E' la sorgente di molte cose
che servono per comunicare. Dal fare al dire, dalla cosa al
come, non viceversa. L'azione fisica porta con sé ritmo
ed energia, che attraversano il corpo dell'attore, rendendolo
vivo e palpitante. Ciò che è dato si riceve
in cambio, come l'amore, che è energia. Il "bersaglio"
restituisce nutrimento all'azione fisica, ma è l'azione
fisica, origine di ogni fare, che rende vivo il "bersaglio".
Anzi lo caratterizza, lo attiva e lo carica di significato.
Ma seguiamo il ragionamento di Donnellan. Il bersaglio dove
sta? Sta all'esterno. Quand'è che esiste? Esiste prima
ancora che l'attore ne abbia bisogno. Invece di sentire, cosa
deve fare l'attore? Deve vedere il "bersaglio".
Come? In modo specifico e dettagliato. Non una volta per tutte,
e sempre allo stesso modo. Il "bersaglio" è
mobile e modificabile, in continua trasformazione, sempre
in azione. Il "bersaglio" è come il cibo,
nutre l'attore e lo carica di energia. Non esiste "una
risorsa interna di energia", perché "tutta
l'energia deriva dal bersaglio", ripete Donnellan. L'energia
dipende dall'attenzione rivolta al "bersaglio. Tanto
più vediamo in palcoscenico, tanto più vedono
gli spettatori. Tanto più vediamo quello che non c'è,
tanto più diventiamo una visione, aggiungo. Invece,
"tanto più sentiamo, tanto più inutili
risultano le parole usate per esprimersi", e l'interpretazione
non potrà che essere descrittivamente sentimentale
e psicologica, come spesso capita di vedere, purtroppo.
Donnellan prende fattualmente le distanze dai santoni del
teatro (penso agli americani, alle lunghe perdenti, come Strasberg,
Meisner e Hagen, tanto per citarne alcuni, ndr) che hanno
fondato l'insegnamento sul trasferimento di sentimenti e psicologie
al personaggio, e colloca - come abbiamo visto - il "bersaglio
al centro dell'arte della recitazione", precisando che
"l'attore non può recitare un verbo senza il complemento
oggetto". Prendi il verbo essere: "Irina non può
recitare il fatto di essere felice, triste o arrabbiata"
- e su questo Donellan ha ragione -, se non a rischio di produrre
cliché, forme morte, algide e respingenti. "L'attore
può recitare soltanto i verbi - aggiunge -, a condizione
che questi dipendano da un bersaglio, che è una sorta
di complemento oggetto, una cosa specifica, vista o percepita,
e in qualche misura desiderata", suffragata dallo stato
di necessità. Ecco, questo è il punto. Non sono
sicuro che la necessità sia quella "attenzione
al bersaglio" di cui parla Donnellan. A parte l'eccesso
di enfatizzazione posto sul tema del "bersaglio"
che lo induce a suggerire la dipendenza del verbo dal complemento
oggetto e l'inversione del movimento della creazione artistica
come se fosse possibile risalire dalla foce alla sorgente
della recitazione, resta il fatto che la necessità
è una questione di primaria importanza. La necessità
è specificazione di qualità dell'azione fisica
che l'attore pone a fondamento del lavoro di associazione
e di perfezionamento dell'azione fisica. "Apro la finestra"
non vuol dire niente. Non comunica nulla. E' essenziale individuare
il motivo che fa aprire la finestra e, a seguire, tutte le
circostanze che contribuiscono a definire le qualità
dell'azione fisica. "Apro la finestra per far entrare
Romeo con il quale desidero fare all'amore", oppure "Apro
la finestra perché c'è una fuoriuscita di gas",
questo devo dire, e così facendo libero l'energia e
trovo il significato dell'azione fisica che devo realizzare.
Il lavoro sulle azioni fisiche è utile all'attore
che - ricevuto lo stimolo - agisce immediatamente, senza ragionare
su quello che deve fare, come sanno tutti coloro che hanno
fatto ricerca e sperimentazione. E' utile al drammaturgo che
mette le azioni fisiche in preventivo ed è utile al
regista che ha la responsabilità del processo di formalizzazione
scenica, sia quando sceglie di mettere in vita un testo compiuto
sia quando deve coordinare il lavoro collettivo di un gruppo
di artisti a partire da materiali letterari, da una partitura
drammaturgica aperta, da una tessitura sonora o da altro,
secondo una metodica che comporta la selezione e la distillazione
delle forme e dei contenuti prodotti attraverso un'intensa
attività d'improvvisazione. E allora se il testo c'è,
è un testo di retro-azione. Per fare questo arduo e
impegnativo lavoro occorrono ovviamente attori messi in forma
che siano dotati di capacità straordinarie, tali e
tante da consentirgli di associare le azioni fisiche, di perfezionarle
e di alimentarle con lo stato di necessità fino ad
entrare nella dimensione della soglia. La scoperta della dimensione
della soglia e della materia invadente che trasforma il corpo
e consente un contatto altrettanto invadente con lo spettatore
è una delle esperienze più entusiasmanti che
possano capitare ad un attore. E' il motivo che dovrebbe stare
alla base della scelta di fare dell'attore. La professione
si può fare come artista creatore o come tecnico replicante.
Nel primo caso il piacere è immenso. Nel secondo caso
l'alienazione è mortale.
E allora, possiamo dire a questo punto che l'azione fisica
- preventivata dal drammaturgo, raccolta dal regista e lavorata
dall'attore che intreccia movimento del desiderio e movimento
del pensiero - non soltanto porta con sé ritmo ed energia,
ma produce pensiero, percezioni, emozioni, sentimenti, suoni
articolati, suoni inarticolati e immagini. Produce tutto quello
che serve per comunicare. E nella prospettiva registica della
pluralità del linguaggio l'attore diventa punto di
coagulo della ricerca intercodice e multicodice. Centro del
crogiuolo linguistico. Punto d'incrocio e d'interazione dei
codici espressivi. Elemento determinante della produzione
della miscela linguistica eterogenea. Ne consegue che l'arte
dell'attore - oltre ad essere l'arte del saper produrre ritmi
ed energie -, è anche l'arte del sapersi mettere in
rapporto a tutto ciò che lo circonda, compreso il fare
degli altri attori che sono in scena, a partire da se stesso.
Non per se stesso. Non per l'esterno.
Sulla base di tali considerazioni si può dire che
l'attore è quello che fa e che il personaggio è
quello che gli fa fare l'attore. Con le modalità di
lavoro sulla recitazione che hanno come protagonista assoluto
il "bersaglio" Donnellan può dire, e dice,
che l'attore è quello che "interpreta". C'è
una differenza? Credo di sì. Credo che la metodica
suggerita dall'autore del libro sia soprattutto funzionale
alle forme di teatro fondate sul principio di discorsività;
mentre quella incentrata sulle azioni fisiche ritengo che
risponda alle esigenze di tutte le forme di teatro e in modo
particolare a quelle che s'ispirano al principio della totalità,
quindi che puntano sull'atto totale dell'attore. Un atto che
è un evento. Un evento che regala lo stupore e la meraviglia
della trasformazione del corpo. Un sapere che conferma la
dualità della natura e della cultura umana. Una dualità
che riconosce valore anche al non sapere e trova sostanzia
nel mixer della comunicazione chiara e della comunicazione
scura. Un modo di fare teatro che considera valori irrinunciabili
l'unicità della creazione artistica, il valore aggiunto
poetico, il mistero, l'intensa fisicità espressiva.
Desidero concludere, riportando le apprezzabili riflessioni
dell'autore del libro sulla divisione del tempo - determinata
dalla Paura che assale l'attore bloccato - e sulla divisione
dell'assoluto ideologico. Sulla prima questione, Donnellan
dice che la Paura divide il tempo presente in "due falsi
livelli temporali" che si chiamano passato e futuro.
E' in questi luoghi che si rifugia e prospera la Paura: "governa
il futuro in forma di ansia e il passato in forma di senso
di colpa". Ne consegue che la Paura si cura soltanto
con il presente. E il migliore presente è ovviamente
il "bersaglio", il "complemento oggetto",
non il verbo o l'azione fisica.
Sulla seconda questione Donnellan dedica un capitoletto molto
interessante, intitolato "Due e uno". Dopo aver
precisato che "le poste in gioco non sono qualcosa di
vago e di confuso, anzi sono specifiche e sempre appaiate",
prefigura la necessità del passaggio dall'assoluto
ideologico (uno) ad una coppia di valori opposti e contrari
(due). L'applicazione di questa regola non è utile
soltanto nelle situazioni di paura e di blocco psico-fisico
dell'attore, ma in tutti i processi di scrittura scenica dello
spettacolo dal vivo, se è vero com'è vero che
l'attrito tra il positivo e il negativo libera energia e dà
"carica" all'attore. Nel caso di Giulietta la posta
in gioco non è, quindi, "scapperò con Romeo",
ma "scapperò con Romeo" e "non scapperò
con Romeo". La speranza e la paura - valori opposti e
contrari - coesistono nel luogo della contesa. Alla fine dipenderà
dall'attore e/o dal regista la decisione di renderli riducibili
o irriducibili. La regola libera energia vitale e, se è
necessario, aiuta l'attore ad uscire dal blocco, ma produce
oggettivamente due risultati artistici di primaria importanza:
la credibilità e l'imprevedibilità delle forme.
La divisione di uno in due è utile all'attore, ma
anche al drammaturgo. Per comprenderne appieno il significato
sul versante delle complesse manovre di scrittura basti pensare
agli assoluti ideologici e agli schematismi psicologici che
attraversano gran parte della drammaturgia contemporanea;
oppure all'uomo a due dimensioni che, fatto a pezzi, è
ridotto a figura d'uomo, a sagoma, ad emblema, che respinge
perché non emoziona; infine a come il personaggio sia
beatamente equivocato e trattato dai drammaturghi prima e
dagli attori poi come un organismo vivo che va "sentito"
e "interpretato", e nel quale bisogna "calarsi"
e "immedesimarsi". Il personaggio, organizzato dal
drammaturgo attraverso la combinazione di segni verbali e
non verbali (per questo è un lessema) che si regge
su un ordito di azioni fisiche, è destinato al regista
e all'attore come trampolino di lancio per affermare con lo
spettacolo - diverso da tutti quelli che sono stati fatti
prima e che saranno fatti dopo -, il loro particolare punto
di vista rispetto all'opera drammaturgia originaria. Impone
una nuova pratica registica, la messa in vita del testo o
della partitura, e il contributo determinante dell'attore
che deve saper autogestire i processi vitali in funzione della
produzione delle forme organiche. Queste sono concrete, credibili,
affascinanti e imprevedibili. Per questo tengono viva l'attenzione
dello spettatore.
|