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“Thauma” è un termine greco che viene insufficientemente
tradotto con meraviglia. Dico “insufficientemente”
perché la nostra lingua non possiede quella ricchezza semantica
che caratterizza le cosiddette lingue “morte”; è inevitabile,
quindi, che la resa in italiano conduca ad un restringimento
di significato a volte fuorviante. Il vocabolo nostrano
ha infatti conservato dell’originale solo la sua accezione
positiva: “meravigliosa” è quella cosa od evento che suscita
ammirazione per la sua bellezza e rarità. Ma nella lingua
greca il suo uso designa di frequente anche qualcosa di
minaccioso, di inquietante: per esempio Omero, nel libro
IX dell’Odissea, descrive Polifemo come θαυμ’ετετυκτο
πελωριον, “un mostro
che incute paura”. Per non parlare del ruolo della meraviglia
in Aristotele, al tempo principio della conoscenza e sguardo
angosciato del mondo preda del divenire instabile, che non
starò qui a trattare per non essere tacciato di pedanteria.
“Thauma” è un titolo che mantiene quello che promette.
Il dramma di Petrini è infatti un testo colmo di cose mirabili
e terribili, di quella ambiguità semantica che ho poc’anzi
evidenziato.
Il protagonista del dramma è Federico, un uomo di
età e di aspetto imprecisato che si è creato un paese perfetto,
senza buchi, in cui vivere ed eclissarsi dal mondo. La geometria
del luogo tutela lui ed i suoi compaesani (anch’essi inventati)
dai pericoli esterni, quali la furia degli elementi, mentre
un cedro miracoloso dalle malattie e le imperfezioni. Questi
ultimi pericoli “interni” sono rappresentati dai buchi,
che un guardiano tappa giornalmente usando i frutti dell’albero.
In questo paese apparentemente felice si percepisce
però anche un’atmosfera inquietante. Le abitazioni sono
sì sicure e solide, ma tutte perfettamente identiche non
solo nelle dimensioni e nell’arredo, ma anche nel colore;
vi sono delle decorazioni, ma queste hanno “pochi motivi”
e probabilmente si assomigliano tra loro. Gli abitanti sono
tutti gentili e premurosi, ma il mondo perfetto di Federico
è freddo, statico. Coltiveremo in eterno i nostri profumatissimi
agrumi, conserveremo le nostre sacrosante abitudini” dice
il consigliere comunale a Federico nel suo consueto incontro
mattutino.Un mondo quindi al tempo meraviglioso e mostruoso.
Con l’arrivo improvviso Carlo, il paese immaginario
sparisce. Federico precipita nella realtà. Carlo porta solo
notizie di morte, del padre, del fratello, della sua donna:
morti che hanno tutte a che fare con il buco, con un buco.
Federico contrasta Carlo, lo respinge, lo sopporta, lo accetta,
lo subisce. Vede una figura mostruosa che avanza , ma Carlo
gli dimostra che non è un essere gigantesco di cui avere
paura, ma un oggetto, un fazzoletto. Non resta che l’incontro/ricordo
di Rosa. Federico si sieda a terra e l’aspetta. Crede che
verrà. Credere per vedere, certo, ma non sappiamo se un
giorno Rosa verrà veramente. E neppure se Rosa è veramente
esistita.
Petrini a volte fa uso del linguaggio volgare in maniera
gratuita, senza in fondo alcuna necessità. Questo non vuole
essere un discorso da puritano: E’ l’appunto di chi considera
giustificato questo gergo solo se in funzione espressiva.
Questa alcune volte è esercitata (Federico dopo la dissoluzione
del mondo) altre volte no (monologo su Rosa). E poi, a volte
le immagini risultano poco chiare, oppure le didascalie
descrivono azioni troppo costruite. Mi riferisco ad esempio
alla bolla d’acqua della sequenza 17.
Anche in questo testo, come ne “La cosa e la
casa”, torna il tema del metateatro.ell’innovazione esplicita
direttamente: “E’ reato modificare il corso delle vecchie
cose”, dice il consigliere comunale. “E’ reato mettere in
discussione le squisite descrizioni, le distinte spiegazioni
che abbelliscono il nostro modo di fare teatro”.
La componente meta-teatrale dell’opera ricorda un
suo lontano precedente, il “Teatro comico” di Goldoni, ma
con un’importante differenza. Se tale commedia documenta
(per dirla in soldoni) il passaggio della compagnia Medebach
e Goldoni stesso dalla “commedia dell’arte” alla “commedia
di carattere”, e conseguentemente dalla preminenza della
drammaturgia come improvvisazione degli attori a quella
della drammaturgia come testo, in “Thauma” si assiste al
movimento opposto.
Se la Mirra di Alfieri o altri testi tradizionali
hanno un valore autonomo (ma non necessariamente chiuso)
e sono belli anche senza rappresentazione, per Thauma è
l’esatto contrario. Poco stimolante ed appagante alla semplice
lettura, il testo abbisogna necessariamente della scena
per realizzarsi, a cui gli endecasillabi di Alfieri o gli
alessandrini di Racine possono potenzialmente fare a meno.
Questa mancanza di autonomia è allo stesso tempo il limite
ed il pregio più grande dell’opera di Petrini, il cui carattere
aperto lascia largo spazio all’elaborazione individuale
e consente di sottrarsi alla “dittatura dello scrittore”
che ancora oggi continua ad assoggettare chi gli riconosce
il potere di autore unico dello spettacolo teatrale.
(*) Il lavoro critico è stato svolto nel corso di
uno Stage a distanza di critica teatrale, condotto da Alfio
Petrini, al quale ha partecipato l'autore del testo. |