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CND - Centro Nazionale Drammaturgia Teatro Totale

Thauma

Enrico Piergiacomi (*)
 

“Thauma” è un termine greco che viene insufficientemente tradotto con meraviglia. Dico “insufficientemente” perché la nostra lingua non possiede quella ricchezza semantica che caratterizza le cosiddette lingue “morte”; è inevitabile, quindi, che la resa in italiano conduca ad un restringimento di significato a volte fuorviante. Il vocabolo nostrano ha infatti conservato dell’originale solo la sua accezione positiva: “meravigliosa” è quella cosa od evento che suscita ammirazione per la sua bellezza e rarità. Ma nella lingua greca il suo uso designa di frequente anche qualcosa di minaccioso, di inquietante: per esempio Omero, nel libro IX dell’Odissea, descrive Polifemo come θαυμ’ετετυκτο πελωριον, “un mostro che incute paura”. Per non parlare del ruolo della meraviglia in Aristotele, al tempo principio della conoscenza e sguardo angosciato del mondo preda del divenire instabile, che non starò qui a trattare per non essere tacciato di pedanteria.

“Thauma” è un titolo che mantiene quello che promette. Il dramma di Petrini è infatti un testo colmo di cose mirabili e terribili, di quella ambiguità semantica che ho poc’anzi evidenziato.

Il protagonista del dramma è Federico, un uomo di età e di aspetto imprecisato che si è creato un paese perfetto, senza buchi, in cui vivere ed eclissarsi dal mondo. La geometria del luogo tutela lui ed i suoi compaesani (anch’essi inventati) dai pericoli esterni, quali la furia degli elementi, mentre un cedro miracoloso dalle malattie e le imperfezioni. Questi ultimi pericoli “interni” sono rappresentati dai buchi, che un guardiano tappa giornalmente usando i frutti dell’albero.

In questo paese apparentemente felice si percepisce però anche un’atmosfera inquietante. Le abitazioni sono sì sicure e solide, ma tutte perfettamente identiche non solo nelle dimensioni e nell’arredo, ma anche nel colore; vi sono delle decorazioni, ma queste hanno “pochi motivi” e probabilmente si assomigliano tra loro. Gli abitanti sono tutti gentili e premurosi,  ma il mondo perfetto di Federico è freddo, statico. Coltiveremo in eterno i nostri profumatissimi agrumi, conserveremo le nostre sacrosante abitudini” dice il consigliere comunale a Federico nel suo consueto incontro mattutino.Un mondo quindi al tempo meraviglioso e mostruoso.

Con l’arrivo improvviso Carlo, il paese immaginario sparisce. Federico precipita nella realtà. Carlo porta solo notizie di morte, del padre, del fratello, della sua donna: morti che hanno tutte a che fare con il buco, con un buco. Federico contrasta Carlo, lo respinge, lo sopporta, lo accetta, lo subisce. Vede una figura mostruosa che avanza , ma Carlo gli dimostra che non è un essere gigantesco di cui avere paura, ma un oggetto, un fazzoletto. Non resta che l’incontro/ricordo di Rosa. Federico si sieda a terra e l’aspetta. Crede che verrà. Credere per vedere, certo, ma non sappiamo se un giorno Rosa verrà veramente. E neppure se Rosa è veramente esistita.

Petrini a volte fa uso del linguaggio volgare in maniera gratuita, senza in fondo alcuna necessità. Questo non vuole essere un discorso da puritano: E’ l’appunto di chi considera giustificato questo gergo solo se in funzione espressiva. Questa alcune volte è esercitata (Federico dopo la dissoluzione del mondo) altre volte no (monologo su Rosa). E poi, a volte le immagini risultano poco chiare, oppure le didascalie descrivono azioni troppo costruite. Mi riferisco ad esempio alla bolla d’acqua della sequenza 17.

Anche in questo testo, come ne “La cosa e la casa”, torna il tema del metateatro.ell’innovazione esplicita direttamente: “E’ reato modificare il corso delle vecchie cose”, dice il consigliere comunale. “E’ reato mettere in discussione le squisite descrizioni, le distinte spiegazioni che abbelliscono il nostro modo di fare teatro”.

La componente meta-teatrale dell’opera ricorda un suo lontano precedente, il “Teatro comico” di Goldoni, ma con un’importante differenza. Se tale commedia documenta (per dirla in soldoni) il passaggio della compagnia Medebach e Goldoni stesso dalla “commedia dell’arte” alla “commedia di carattere”, e conseguentemente dalla preminenza della drammaturgia come improvvisazione degli attori a quella della drammaturgia come testo, in “Thauma” si assiste al movimento opposto.

Se la Mirra di Alfieri o altri testi tradizionali hanno un valore autonomo (ma non necessariamente chiuso) e sono belli anche senza rappresentazione, per Thauma è l’esatto contrario. Poco stimolante ed appagante alla semplice lettura, il testo abbisogna necessariamente della scena per realizzarsi, a cui gli endecasillabi di Alfieri o gli alessandrini di Racine possono potenzialmente fare a meno. Questa mancanza di autonomia è allo stesso tempo il limite ed il pregio più grande dell’opera di Petrini, il cui carattere aperto lascia largo spazio all’elaborazione individuale e consente di sottrarsi alla “dittatura dello scrittore” che ancora oggi continua ad assoggettare chi gli riconosce il potere di autore unico dello spettacolo teatrale.

(*) Il lavoro critico è stato svolto nel corso di uno Stage a distanza di critica teatrale, condotto da Alfio Petrini, al quale ha partecipato l'autore del testo.