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Una rosa. La prima sorprendente immagine che la mia mente
mi ha regalato nel chiudere l’opera “Thauma” di Alfio Petrini, è stata quella
di una rosa che emerge dalla superficie immobile di un lago. Quest’autore,
ho pensato, usa la penna come un pennello e con maestria ha dosato segni verbali
e non, tratteggiando scena per scena sfumature di colori, zone di luce
e ombra che danno alla struttura complessiva una significativa forma globale.
Nell’esordio già la scelta della musica, l’arte della fuga,
che ci invita alla forma (fuga in tedesco significa forma) o alla fuga? Mi
viene da pensare, la forma della fuga.
Non una fuga qualsiasi, la fuga di un artista, Federico,
che firma ogni cosa con la sua penna, che compie le sue performance, quasi
sfidando le leggi della gravità, in un altrove. Un altrove a cui l’autore
dà corpo in ogni elemento scenico, nella descrizione di un paese che non c’è,
dosando in modo equilibrato i segni, nei buffi personaggi attraverso cui ironizza
sulla dualità della natura umana. Dando corpo a quest’altrove, l’autore non
descrive la fuga, ce la rappresenta.
Fatto a pezzi il personaggio di Federico, come Zagreo messo
a bollire nel calderone, l’autore sembra raccoglierne il cuore che ancora
batte per Rosa, una rosa, spargendone invece le ceneri per la fertile semina
che ha dato origine all’umanità, un’umanità che non può prescindere dalla
sua componente malvagia, su cui, come sopra dicevo, l’autore ironizza attribuendo
ad alcuni personaggi i nomi di Il Buon Guardiano dei Buchi, La Buona Padrona
di Casa, Il Buon Consigliere Comunale, tutti buoni, ma tra i personaggi compare
anche un maiale che certo non si offende d’essere chiamato maiale!
L’autore ironizza anche sull’incapacità umana di accettare
d’esser imperfetto, non a caso l’attività de Il Buon Guardiano dei Buchi è
appunto tappare con dei limoni i buchi di questo paese perfetto.
Non manca nella fuga l’alter ego di Federico, Carlo, che
compare in diverse forme ma sempre a rinfacciare a Federico i suoi irrisolti
esistenziali, i buchi.
Tema a me molto caro, è l’attesa che nella fuga si consuma.
Federico aspetta la sua Rosa, Musa che ingoia un ago, lo strumento con cui
porre fine all’angoscia di Federico, ricucendone i frammenti , restituendogli
quell’unità dell’ artista che brama la divinità che è amore senza antinomie.
E Federico aspetta, mentre l’autore porge a noi la sua Rosa.
(*) Il lavoro critico è stato svolto nel corso di
uno Stage a distanza di critica teatrale, condotto da Alfio
Petrini, al quale ha partecipato l'autore del testo.
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