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CND - Centro Nazionale Drammaturgia Teatro Totale

La cosa e la casa

Enrico Piergiacomi (*)
 

Farsa in due tempi di Alfio Petrini

Ad una prima lettura, “La cosa e la casa” di Petrini lascia abbastanza perplessi. Di questo non c’è da stupirsi, e per due ragioni. In primo luogo perché quest’opera non è pensata come un testo letterario da mettere in scena, ma una partitura da mettere in vita. In secondo luogo perché la scrittura drammaturgica è tabulare, cioè verticale: rimanda ad una scrittura scenica che mette in preventivo la simultaneità delle azioni fisiche, che rinuncia alla scenografia mimetico-descrittiva puntando su pochi oggetti/spazi, che fa uso di codici espressivi luminosi, sonori e spaziali fino alla danza come elementi costitutivi e strutturali dello spettacolo dal vivo.

     Se la prima causa della perplessità è dovuta a Petrini, la seconda causa deriva dal nostro modo di concepire la drammaturgia come scrittura lineare, in cui predomina la parola dice tutto - sentimenti, psicologie, significati, accompagnati da gesti e movimenti spesso stereotipati. E’ inevitabile, quindi, che non appena ci troviamo di fronte ad un testo di questo tipo, che rifiuta le convenzioni del teatro mimetico, ci ritroviamo spaesati. Io non ho predilezioni e non rifiuto il teatro di tradizione. Condivido molte, ma non tutte le idee e le pratiche teatrali di Petrini ed altri drammaturghi d’avanguardia. Tuttavia, se per “tradizione” s’intende rinuncia alla ricerca e alla sperimentazione drammaturgia, ben vengano allora la scrittura “scorretta” di Fea o la pratica di “teatro totale” di Petrin.

     Se la scrittura drammaturgica fa de “La cosa e la casa” un testo non tradizionale, la trama riconduce l’opera di Petrini all’antico genere teatrale della farsa. Alcuni temi sono noti, ma trattati in modo originale e innovativo. L’azione si svolge nella città Durone, governata da Zoccolo, titolare di uno zoccolificio, che costituisce la principale fonte di sostentamento per i cittadini. La comunità, fortemente religiosa, obbedisce alla regola dell’ora et labora. E così fa …, che , mentre prega, lavora per mettere le corna a Zoccolo, suo marito. I governanti della città devono eleggere un giudice, ma si perdono in chiacchiere e diatribe interne, rotte dalle  improvvise accensioni di gelosia del Governatore Zoccolo che corre continuamente tra la casa dove tiene chiusa la moglie e la casa del Governatorato dove si dovrebbe occupare della cosa pubblica. La carica viene assegnata a Pietro Paravento, di giorno brillante progettista di zoccoli e di notte amante di tutte le infelici donne di Durone (tranne, paradossalmente, sua moglie Fantasima). Ma i due candidati perdenti, Ossobuco e Fraschetta, tramano contro di lui e lo smascherano. L’ arrivo del capocomico Cianfrusaglia contribuisce a risolvere apparentemente il problema. Possono vedere le figure che appaiono nel coriso del suo straordinario spettacolo soltanto coloro che sono “cittadini onesti” ed i “cristiani benemeriti”. Ovviamente tutti vedono quelle figure. Meno un soldato, vero, che sopraggiunge per cercare alloggio per i soldati. “E’ di quelli làààààà” grida Paravento. “E’ di quelli làààààà”, gridano gli abitanti di Durone. Pietro spara. I ragazzini sparano. Il soldato muore e Pietro diventa un eroe. La morale è salva. La comunità sopravvive  compatta.

         I ragazzini giocano a nascondino o con le automobiline in piazza. Sono “agoracriti” (da αγορα, piazza, e κρινω, distinguo/giudico) e imparano dal comportamento degli adulti. Le pistole giocattolo ora spruzzano acqua, ora simulano l’orgasmo di Pietro Paravento e delle donne, infine sparano per davvero ed uccidono il soldato.

     La prima coppia a cui il titolo fa riferimento è lo spazio. Da una parte abbiamo lo zoccolificio (cosa, come lo definiscono spesso i personaggi) e la casa di Zoccolo (casa). Il primo è lo spazio delle cose concrete, degli affari, della gestione materiale; ma benché sia il luogo della produttività e della decisione, esso è immobile. Infatti lo zoccolifico, come dice la didascalia iniziale, “ha i pedali ma non si muove”. Il secondo spazio è all’opposto un luogo chiuso, improduttivo economicamente parlando, soffocante per Santina che ci abita; ma è anche il posto da cui provengono “suoni magici” ed in cui le donne trovano il piacere che i loro mariti ubriachi e svenuti a terra non possono dare. Il luogo deputato, contrariamente alla cosa, è semovibile e si apre diverse volte rivelando l’interno. In certi casi questo contrasto, oltre che il valore poetico di cui si è accennato, produce anche degli effetti comici non indifferenti: nella sequenza 4.I Penninculo conduce i governanti alla casa da cui ha visto uscire Carolina (la donna che infiltra Paravento nelle donne di Durone), ma quando le pareti si aprono vediamo Santina e Rosetta “squamare un pesce e ricamare”.

     La “cosa” pubblica e la “casa” privata. Ma anche un’altra dualità, forse: il maschile (cosa) ed il femminile (casa). Un testo che è dedicato a Miguel de Cervantes, richiamato anche con l’arrivo de Il Cavaliere Errante. Un metatesto, che parla della farcitura del testo e di una modalità del fare teatro. Sono chiare le idee dell’autore quando scrive che “il corpo mente, mentre le parole dicono sempre la verità”, oppure  quando fa dire “E quando al momento giusto le rivelo [le creazioni], il segreto rimane nascosto sotto il velo”.

     Assieme a “Thauma”, l’opera “La cosa e la casa” costituisce il secondo dramma di una trilogia – di fa parte “Crosspoint -, chiamata “L’ombra di Dio”. Il dramma di un individuo che ha perso la sua interezza, il dramma di una città-stato che sopravvive dietro la maschera della ipocrisia, il dramma del mondo che prende fuoco.

(*) Il lavoro critico è stato svolto nel corso di uno Stage a distanza di critica teatrale, condotto da Alfio Petrini, al quale ha partecipato l'autore del testo.