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Farsa in due tempi di Alfio Petrini
Ad una prima lettura, “La cosa e la casa” di Petrini
lascia abbastanza perplessi. Di questo non c’è da stupirsi,
e per due ragioni. In primo luogo perché quest’opera non
è pensata come un testo letterario da mettere in scena,
ma una partitura da mettere in vita. In secondo luogo perché
la scrittura drammaturgica è tabulare, cioè verticale: rimanda
ad una scrittura scenica che mette in preventivo la simultaneità
delle azioni fisiche, che rinuncia alla scenografia mimetico-descrittiva
puntando su pochi oggetti/spazi, che fa uso di codici espressivi
luminosi, sonori e spaziali fino alla danza come elementi
costitutivi e strutturali dello spettacolo dal vivo.
Se la prima causa della perplessità è dovuta a Petrini,
la seconda causa deriva dal nostro modo di concepire la
drammaturgia come scrittura lineare, in cui predomina la
parola dice tutto - sentimenti, psicologie, significati,
accompagnati da gesti e movimenti spesso stereotipati. E’
inevitabile, quindi, che non appena ci troviamo di fronte
ad un testo di questo tipo, che rifiuta le convenzioni del
teatro mimetico, ci ritroviamo spaesati. Io non ho predilezioni
e non rifiuto il teatro di tradizione. Condivido molte,
ma non tutte le idee e le pratiche teatrali di Petrini ed
altri drammaturghi d’avanguardia. Tuttavia, se per “tradizione”
s’intende rinuncia alla ricerca e alla sperimentazione drammaturgia,
ben vengano allora la scrittura “scorretta” di Fea o la
pratica di “teatro totale” di Petrin.
Se la scrittura drammaturgica fa de “La cosa e la
casa” un testo non tradizionale, la trama riconduce l’opera
di Petrini all’antico genere teatrale della farsa. Alcuni
temi sono noti, ma trattati in modo originale e innovativo.
L’azione si svolge nella città Durone, governata da Zoccolo,
titolare di uno zoccolificio, che costituisce la principale
fonte di sostentamento per i cittadini. La comunità, fortemente
religiosa, obbedisce alla regola dell’ora et labora.
E così fa …, che , mentre prega, lavora per
mettere le corna a Zoccolo, suo marito. I governanti della
città devono eleggere un giudice, ma si perdono in chiacchiere
e diatribe interne, rotte dalle improvvise accensioni di
gelosia del Governatore Zoccolo che corre continuamente
tra la casa dove tiene chiusa la moglie e la casa del Governatorato
dove si dovrebbe occupare della cosa pubblica. La carica
viene assegnata a Pietro Paravento, di giorno brillante
progettista di zoccoli e di notte amante di tutte le infelici
donne di Durone (tranne, paradossalmente, sua moglie Fantasima).
Ma i due candidati perdenti, Ossobuco e Fraschetta, tramano
contro di lui e lo smascherano. L’ arrivo del capocomico
Cianfrusaglia contribuisce a risolvere apparentemente il
problema. Possono vedere le figure che appaiono nel coriso
del suo straordinario spettacolo soltanto coloro che sono
“cittadini onesti” ed i “cristiani benemeriti”. Ovviamente
tutti vedono quelle figure. Meno un soldato, vero, che sopraggiunge
per cercare alloggio per i soldati. “E’ di quelli làààààà”
grida Paravento. “E’ di quelli làààààà”, gridano gli abitanti
di Durone. Pietro spara. I ragazzini sparano. Il soldato
muore e Pietro diventa un eroe. La morale è salva. La comunità
sopravvive compatta.
I ragazzini giocano a nascondino o con le automobiline
in piazza. Sono “agoracriti” (da αγορα,
piazza, e κρινω, distinguo/giudico)
e imparano dal comportamento degli adulti. Le pistole giocattolo
ora spruzzano acqua, ora simulano l’orgasmo di Pietro Paravento
e delle donne, infine sparano per davvero ed uccidono il
soldato.
La prima coppia a cui il titolo fa riferimento è lo
spazio. Da una parte abbiamo lo zoccolificio (cosa, come
lo definiscono spesso i personaggi) e la casa di Zoccolo
(casa). Il primo è lo spazio delle cose concrete, degli
affari, della gestione materiale; ma benché sia il luogo
della produttività e della decisione, esso è immobile. Infatti
lo zoccolifico, come dice la didascalia iniziale, “ha i
pedali ma non si muove”. Il secondo spazio è all’opposto
un luogo chiuso, improduttivo economicamente parlando, soffocante
per Santina che ci abita; ma è anche il posto da cui provengono
“suoni magici” ed in cui le donne trovano il piacere che
i loro mariti ubriachi e svenuti a terra non possono dare.
Il luogo deputato, contrariamente alla cosa, è semovibile
e si apre diverse volte rivelando l’interno. In certi casi
questo contrasto, oltre che il valore poetico di cui si
è accennato, produce anche degli effetti comici non indifferenti:
nella sequenza 4.I Penninculo conduce i governanti alla
casa da cui ha visto uscire Carolina (la donna che infiltra
Paravento nelle donne di Durone), ma quando le pareti si
aprono vediamo Santina e Rosetta “squamare un pesce e ricamare”.
La “cosa” pubblica e la “casa” privata. Ma anche un’altra
dualità, forse: il maschile (cosa) ed il femminile (casa).
Un testo che è dedicato a Miguel de Cervantes, richiamato
anche con l’arrivo de Il Cavaliere Errante. Un metatesto,
che parla della farcitura del testo e di una modalità del
fare teatro. Sono chiare le idee dell’autore quando scrive
che “il corpo mente, mentre le parole dicono sempre la verità”,
oppure quando fa dire “E quando al momento giusto le rivelo
[le creazioni], il segreto rimane nascosto sotto il velo”.
Assieme a “Thauma”, l’opera “La cosa e la casa” costituisce
il secondo dramma di una trilogia – di fa parte “Crosspoint
-, chiamata “L’ombra di Dio”. Il dramma di un individuo
che ha perso la sua interezza, il dramma di una città-stato
che sopravvive dietro la maschera della ipocrisia, il dramma
del mondo che prende fuoco.
(*) Il lavoro critico è stato svolto nel corso di
uno Stage a distanza di critica teatrale, condotto da Alfio
Petrini, al quale ha partecipato l'autore del testo.
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